Disturbi dell’alimentazione e obesità: perché serve un dialogo più stretto

Riccardo Dalle Grave

Per decenni, obesità e disturbi dell’alimentazione sono stati considerati mondi clinici separati: da una parte il peso, il metabolismo e le complicanze mediche; dall’altra l’immagine corporea, la restrizione alimentare e la psicopatologia. Ma nella pratica quotidiana questi confini sono molto meno netti.

Sempre più pazienti presentano infatti difficoltà che attraversano entrambi gli ambiti: abbuffate, diete rigide, stigma del peso, insoddisfazione corporea e problemi medici possono coesistere e influenzarsi a vicenda. A rendere il quadro ancora più complesso è la crescente diffusione dei farmaci agonisti del GLP-1 e del GIP, che stanno cambiando il trattamento dell’obesità e sollevando nuove domande sul rapporto tra perdita di peso, comportamento alimentare e salute psicologica.

È da questa realtà che parte l’articolo di Bridging the Divide: The Potential Benefits of a Stronger Dialogue Between the Eating Disorder and Obesity Fields pubblicato su IJEDO, che invita specialisti dell’obesità e dei disturbi dell’alimentazione a superare i silos disciplinari. Non per confondere due condizioni diverse, ma per costruire valutazioni più complete, trattamenti più sicuri e una cura davvero centrata sulla persona.

Fattori di rischio condivisi

Tra gli elementi comuni ai due ambiti troviamo l’insoddisfazione corporea, l’eccessiva preoccupazione per il peso e la forma del corpo, la restrizione dietetica rigida, l’alimentazione emotiva, le abbuffate, l’impulsività e le difficoltà nella regolazione delle emozioni.

L’insoddisfazione corporea può favorire il ricorso a diete restrittive, a comportamenti compensatori e a tentativi ripetuti di controllare rigidamente l’alimentazione. Questi comportamenti, oltre a essere difficili da mantenere nel tempo, possono aumentare il rischio di perdita di controllo, di abbuffate e di oscillazioni del peso.

Un ruolo particolarmente importante è svolto dalla restrizione alimentare rigida ed estrema. Quando il controllo dell’alimentazione si basa su regole inflessibili, divieti assoluti e obiettivi difficili da sostenere, anche una piccola deviazione può essere vissuta come un fallimento completo. Questo meccanismo può favorire il pensiero “tutto o nulla”, la perdita di controllo e il successivo ritorno a nuove restrizioni alimentari.

Si crea così un ciclo composto da dieta ferrea, trasgressione percepita, abbuffata, senso di colpa e nuovo tentativo di controllo. Un ciclo che può contribuire sia alla psicopatologia alimentare sia alla difficoltà di mantenere nel tempo i cambiamenti del peso.

Una valutazione clinica più completa

Un dialogo più stretto tra specialisti potrebbe migliorare anche la valutazione clinica.

Le persone che richiedono un trattamento per l’obesità non vengono sempre sottoposte a uno screening sistematico per i disturbi dell’alimentazione. Eppure, tra i pazienti che cercano un percorso di gestione del peso possono essere presenti disturbo come il binge-eating, la bulimia nervosa, l’anoressia nervosa atipica o altre forme di alimentazione disordinata.

Non riconoscere queste condizioni può ridurre l’efficacia del trattamento e aumentare il disagio psicologico. Per esempio, proporre a una persona con abbuffate ricorrenti e una forte preoccupazione per il peso e la forma del corpo una dieta molto restrittiva potrebbe intensificare i meccanismi che mantengono il problema.

Va considerato anche il rischio opposto. Nei servizi dedicati ai disturbi dell’alimentazione, alcune complicanze mediche associate all’obesità possono essere sottovalutate. Tra queste vi sono il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari, l’apnea ostruttiva del sonno e le alterazioni metaboliche.

Una valutazione realmente completa dovrebbe quindi considerare insieme la salute fisica, il comportamento alimentare, la psicopatologia, il rapporto con il proprio corpo e le condizioni mediche. L’uso di protocolli condivisi e di strumenti di screening comuni potrebbe consentire di identificare più precocemente i quadri complessi e di definire trattamenti personalizzati.

Integrare le competenze nel trattamento

Il campo dei disturbi dell’alimentazione ha sviluppato interventi psicologici, come la terapia cognitivo comportamentale migliorata (CBT-E), specificamente progettati per affrontare la restrizione dietetica, l’eccessiva valutazione del peso e della forma corporea, i problemi di immagine corporea, i comportamenti alimentari disfunzionali, nonché gli eventi e le emozioni che influenzano l’alimentazione.

Il campo dell’obesità, invece, ha prodotto conoscenze importanti sulla modifica dello stile di vita, sull’attività fisica, sulla gestione nutrizionale, sulle complicanze mediche e sui trattamenti farmacologici.

Mettere in comunicazione queste competenze potrebbe aiutare a sviluppare interventi in grado di tutelare sia la salute psicologica sia quella fisica. Questo è particolarmente importante nelle persone che presentano contemporaneamente obesità clinica e disturbo da binge-eating.

In questi casi, chiedersi se debba avere la precedenza la perdita di peso o il trattamento del disturbo dell’alimentazione può risultare fuorviante. È preferibile definire un percorso che affronti entrambi gli aspetti, stabilendo priorità cliniche individuali e riducendo il rischio che un obiettivo terapeutico peggiori l’altro.

Il ruolo dello stigma del peso

Uno dei principali punti di incontro tra i due ambiti è lo stigma del peso. Lo stigma comprende svalutazione, stereotipi e discriminazione nei confronti delle persone a causa del loro peso corporeo. Può manifestarsi nei contesti sanitari, scolastici, lavorativi, familiari e sociali.

Le sue conseguenze non sono solo emotive. Lo stigma del peso è associato ad ansia, depressione, isolamento sociale, alimentazione emotiva, minore attività fisica, evitamento delle cure e peggiore qualità della vita. Può inoltre contribuire sia al mantenimento dell’obesità sia alla psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione.

Particolarmente dannosa è l’interiorizzazione dello stigma. Essa si verifica quando la persona fa propri gli stereotipi negativi sul peso e li applica a sé stessa. Possono così aumentare la vergogna, l’autocritica, la bassa autostima, l’evitamento del corpo e i comportamenti alimentari disfunzionali.

La vergogna non è uno strumento terapeutico. Non favorisce un cambiamento stabile e, al contrario, può ridurre la fiducia nelle proprie capacità, aumentare il disagio e allontanare le persone dai servizi sanitari. Per questo è necessario adottare un linguaggio rispettoso e modelli di cura non colpevolizzanti.

Prevenire senza creare messaggi contraddittori

Anche la prevenzione può beneficiare di una maggiore collaborazione. I programmi di prevenzione dell’obesità si sono spesso concentrati sull’alimentazione salutare, sull’attività fisica e sul controllo del peso. Quelli dedicati ai disturbi dell’alimentazione hanno invece posto maggiore attenzione sull’immagine corporea, sull’uso dei media e sulla riduzione delle diete estreme.

In realtà, molti fattori di rischio sono comuni. Tra questi vi sono l’insoddisfazione corporea, prese in giro legate al peso, ideali estetici irrealistici, diete restrittive e la pressione sociale verso la magrezza.

Gli interventi integrati potrebbero promuovere comportamenti salutari senza aumentare né la paura di ingrassare né la vergogna corporea. Questo è particolarmente importante per bambini e adolescenti, sempre più esposti a contenuti sui social che associano il valore personale all’aspetto fisico.

I messaggi di prevenzione dovrebbero quindi evitare di suddividere gli alimenti in categorie morali, di presentare il peso come misura del valore individuale o di proporre obiettivi irrealistici. Dovrebbero invece promuovere la salute, la flessibilità alimentare, la consapevolezza critica nei confronti dei media e il rispetto della diversità corporea.

La nuova sfida dei farmaci GLP-1 e GIP

La diffusione di farmaci come semaglutide e tirzepatide rende ancora più urgente il confronto tra specialisti.

Questi trattamenti possono provocare una perdita di peso significativa, ridurre l’appetito e migliorare alcuni parametri cardiometabolici. In alcune persone possono diminuire anche il desiderio intenso di cibo, la perdita di controllo e le abbuffate.

Tuttavia, la riduzione della fame non comporta necessariamente un cambiamento dei processi psicologici che mantengono un disturbo dell’alimentazione. Una persona potrebbe avere meno abbuffate, ma continuare ad attribuire un’importanza eccessiva al peso e alla forma del corpo nella propria autovalutazione.

Una perdita di peso rapida e visibile può inoltre aumentare la paura di recuperare peso, soprattutto quando è accompagnata da numerosi commenti positivi. L’inibizione dell’appetito potrebbe anche mascherare sintomi restrittivi alimentare in fase di comparsa, rendendoli più difficili da riconoscere.

Per queste ragioni, l’uso dei farmaci dovrebbe essere accompagnato da una valutazione attenta del comportamento alimentare, dell’immagine corporea e della psicopatologia. La collaborazione tra medici, psicologi, dietisti/nutrizionisti e specialisti dei disturbi dell’alimentazione può aiutare a massimizzare i benefici e ridurre i possibili rischi.

Verso una cura centrata sulla persona

Collaborare non significa eliminare le differenze tra l’obesità e i disturbi dell’alimentazione. Significa riconoscere che molti pazienti presentano difficoltà che superano i confini diagnostici tradizionali.

Un approccio esclusivamente incentrato sul dimagrimento può peggiorare la psicopatologia alimentare nelle persone vulnerabili. Al contrario, concentrarsi soltanto sugli aspetti psicologici può portare a trascurare importanti rischi medici.

La strada indicata dall’articolo è quella di una collaborazione rispettosa delle diverse competenze: screening condivisi, équipe multidisciplinari, formazione reciproca, ricerca congiunta e trattamenti personalizzati.

Superare i silos disciplinari può favorire una cura più completa, efficace e compassionevole. Una cura in cui la salute non venga ridotta a un numero sulla bilancia e il benessere psicologico non venga separato dalle condizioni fisiche.

Referenza

Dalle Grave, R. (2026). Bridging the Divide: The Potential Benefits of a Stronger Dialogue Between the Eating Disorder and Obesity Fields. IJEDO, 8, 52–57. https://doi.org/10.32044/ijedo.2026.09