Le ferite dello stigma che vorremmo risparmiare a chi amiamo (e che, senza volerlo, rischiamo di trasmettere)
Daniele Di Pauli
Una madre che ha sperimentato lo stigma del peso potrebbe, nel tentativo di proteggere il proprio figlio dalla discriminazione che lei stessa ha subito, mettere in atto pratiche alimentari più restrittive nei suoi confronti.
È uno dei risultati interessanti di un recente studio di Jordan A. Levinson (Department of Psychology, University of California Los Angeles) e colleghi, che ha esplorato il rapporto tra le esperienze materne di discriminazione legata al peso, le pratiche alimentari restrittive e il modo in cui i figli vivono il proprio corpo.
Il possibile percorso suggerito dallo studio è questo [1]:
Una madre subisce stigma per il suo peso
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teme che anche il figlio possa vivere la stessa esperienza dolorosa
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può cercare di proteggerlo attraverso un maggiore controllo del peso e dell’alimentazione
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queste pratiche restrittive possono essere associate a una maggiore insoddisfazione corporea e a un maggiore desiderio di magrezza nel figlio
Il paradosso è che una madre, nell’intenzione di agire in modo profondamente protettivo, dice: “Non voglio che mio figlio soffra come ho sofferto io.”
Potrebbe, col tempo, far interiorizzare al figlio il messaggio: “Devo stare attento alla mia condizione di peso, perché avere un corpo più grande è qualcosa di cui preoccuparsi.”
Lo stigma può così diventare una sorta di eredità invisibile.
Non necessariamente perché venga insegnato direttamente, ma perché può essere trasmesso attraverso la paura, il controllo e le preoccupazioni per il peso.
L’intenzione di proteggere può così diventare, paradossalmente, un terreno in cui si sviluppano insoddisfazione corporea e desiderio di magrezza, dimensioni che possono contribuire alla vulnerabilità ai disturbi del comportamento alimentare e allo sviluppo dello stigma sul peso interiorizzato.
Tra gli autori dello studio c’è Jeffrey M. Hunger, che, insieme a colleghi, ha approfondito il concetto di weight-based social identity threat: quando il peso diventa una parte socialmente stigmatizzata dell’identità, la persona può percepire una minaccia alla propria identità sociale. Questa minaccia può generare stress e, in alcune circostanze, favorire strategie per evitare lo stigma o tentativi di modificare la propria condizione di peso.
Un’altra autrice è A. Janet Tomiyama, i cui lavori hanno approfondito il rapporto tra stigma del peso, stress e comportamenti alimentari. Nel modello COBWEBS, lo stigma può entrare in un circolo vizioso in cui l’esperienza dello stigma agisce come stressor, influenzando i processi fisiologici, emotivi e comportamentali legati all’alimentazione e al peso.
Forse, allora, una delle sfide più importanti per chi si occupa di obesità e di prevenzione dei disturbi alimentari è imparare a distinguere tra educare alla salute ed educare alla paura del peso. Perché sono due cose molto diverse.
Riferimenti
Levinson, J. A., Parker, J. E., Hunger, J. M., Epel, E., Laraia, B., & Tomiyama, A. J. (2026). Maternal weight discrimination experiences and restrictive feeding practices are associated with child body dissatisfaction and drive for thinness. Eating Behaviors, 62, 102114. DOI: 10.1016/j.eatbeh.2026.102114.
Hunger, J. M., Major, B., Blodorn, A., & Miller, C. T. (2015). Weighed down by stigma: How weight-based social identity threat contributes to weight gain and poor health. Social and Personality Psychology Compass, 9(6), 255–268. DOI: 10.1111/spc3.12172.
Tomiyama, A. J. (2014). Weight stigma is stressful. A review of evidence for the Cyclic Obesity/Weight-Based Stigma (COBWEBS) model. Appetite, 82, 8–15. DOI: 10.1016/j.appet.2014.06.108.
[1] I risultati indicano associazioni, non rapporti causali. Le pratiche alimentari restrittive rappresentano un possibile meccanismo attraverso cui le esperienze di discriminazione legata al peso vissute dalle madri possono essere associate all’insoddisfazione corporea e al desiderio di magrezza dei figli, ma questo percorso necessita di ulteriori conferme. Le analisi sono state condotte separatamente nei due gruppi considerati nello studio, comprendenti figli di madri bianche e figli di madri afrodiscendenti, alla luce delle possibili differenze nei fattori di rischio per la psicopatologia alimentare. Nel campione studiato, le associazioni osservate sembravano più marcate nel secondo gruppo, ma questo risultato va interpretato con cautela e necessita di ulteriori conferme.
