Cosa funziona meglio nell’esposizione allo stimolo del cibo? L’abituazione o la violazione delle aspettative o l’abituazione?

A cura di Massimiliano Sartirana

Unità Locale Operativa AIDAP Verona

La reattività allo stimolo del cibo può essere definita come la tendenza persistente a mangiare per scopi edonici piuttosto che per necessità fisiologiche o come la tendenza persistente ad assumere cibo in assenza di fame. La ricerca ha dimostrato che la reattività allo stimolo del cibo è: (i) più elevata nei soggetti in sovrappeso rispetto quelli normopeso; (ii) associata all’assunzione di cibo nei soggetti sovrappeso; (iii) associata al recupero del peso e (iv) significativamente ridotta nei soggetti che hanno perso e stanno mantenendo nel tempo il peso perduto rispetto a quelli che non sono riusciti in questo intento.

Dal momento che la reattività allo stimolo del cibo può essere in parte appresa attraverso il condizionamento classico, l’esposizione agli stimoli alimentari potrebbe essere una strategia efficace per favorire l’estinzione delle associazioni tra stimolo condizionato (SC) (per es. luogo, ora del giorno, emozioni, ecc.) e stimolo incondizionato (SI) (mangiare) e di conseguenza diminuirne l’alimentazione in eccesso.

Sebbene alcuni studi stiano dimostrando l’efficacia di questa strategia, pochi hanno studiato i meccanismi del suo funzionamento. In particolare, è importante chiarire se l’esposizione allo  stimolo del cibo funziona perché favorisce un’abituazione al desiderio di mangiare, come sostenuto dalla teoria del processamento emotivo, oppure perché falsifica le aspettative sull’associazione stimolo condizionato/stimolo incondizionato (per es. se sono triste non posso fare a meno di mangiare oppure se inizio a mangiare la nutella perderò il controllo), come recentemente sostenuto da Craske e colleghi per spiegare il meccanismo d’azione dell’esposizione nei disturbi d’ansia basandosi sull’osservazione che l’abituazione non è associata in modo consistente a un esito migliore dell’intervento (un dato confermato anche in qualche studio sull’esposizione allo stimolo del cibo).

Uno studio eseguito da Schyns e colleghi dell’Università di Maastricht ha cercato di valutare questi due potenziali meccanismi confrontando 52 donne con obesità (indice di massa corporea   30) due sedute di esposizione allo stimolo del cibo basata violazione delle aspettative con due sedute di esposizione basate sull’abituazione al desiderio di mangiare.) e a una condizione di controllo in cui non è stata eseguita l’esposizione.

Le ipotesi dello studio erano le seguenti: (i) l’esposizione alla violazione delle aspettative sull’alimentazione in eccesso favorisce una significativa diminuzione dell’assunzione degli alimenti (sia a quelli a cui i partecipanti sono esposti sia a quelli a cui non sono esposti) rispetto alla condizione che si focalizza sull’abituazione; (ii) la condizione di violazione richiede tempi più brevi per funzionare rispetto a quella di abituazione.

La prima ipotesi non è stata confermata perché non è stata individuata alcuna differenza significativa tra l’esposizione allo stimolo del cibo per favorire l’abituazione e per favorire la violazione delle aspettative. Entrambe le modalità hanno però determinato una minore assunzione degli alimenti a cui i partecipanti sono stati esposti rispetto alla condizione di controllo. Inoltre, è stata confermata la specificità dell’esposizione agli stimoli alimentari solo per gli alimenti a cui i partecipanti sono stati esposti, ma non a quelli a cui non sono stati esposti. Anche la seconda ipotesi dello studio non è stata confermata perché i due tipi di esposizione non hanno mostrato di avere tempi d’azione diversi.

In conclusione, sebbene lo studio non abbia chiarito il meccanismo di azione degli interventi di esposizione allo stimolo del cibo, la procedura di esposizione ha confermato di essere efficace nel ridurre il desiderio di cibo, le aspettative sull’assunzione di cibo e l’assunzione reale di cibo in eccesso.

Fonte: Schyns, van den Akker, Roefs, Hilberath, & Jansen. (2018). What works better? Food cue exposure aiming at the habituation of eating desires or food cue exposure aiming at the violation of overeating expectancies? Behaviour Research and Therapy, 102, 1-7. doi:10.1016/j.brat.2017.12.001

La reattività allo stimolo del cibo può essere definita come la tendenza persistente a mangiare per scopi edonici piuttosto che per necessità fisiologiche o come la tendenza persistente ad assumere cibo in assenza di fame. La ricerca ha dimostrato che la reattività allo stimolo del cibo è: (i) più elevata nei soggetti in sovrappeso rispetto quelli normopeso; (ii) associata all’assunzione di cibo nei soggetti sovrappeso; (iii) associata al recupero del peso e (iv) significativamente ridotta nei soggetti che hanno perso e stanno mantenendo nel tempo il peso perduto rispetto a quelli che non sono riusciti in questo intento.

Dal momento che la reattività allo stimolo del cibo può essere in parte appresa attraverso il condizionamento classico, l’esposizione agli stimoli alimentari potrebbe essere una strategia efficace per favorire l’estinzione delle associazioni tra stimolo condizionato (SC) (per es. luogo, ora del giorno, emozioni, ecc.) e stimolo incondizionato (SI) (mangiare) e di conseguenza diminuirne l’alimentazione in eccesso.

Sebbene alcuni studi stiano dimostrando l’efficacia di questa strategia, pochi hanno studiato i meccanismi del suo funzionamento. In particolare, è importante chiarire se l’esposizione allo  stimolo del cibo funziona perché favorisce un’abituazione al desiderio di mangiare, come sostenuto dalla teoria del processamento emotivo, oppure perché falsifica le aspettative sull’associazione stimolo condizionato/stimolo incondizionato (per es. se sono triste non posso fare a meno di mangiare oppure se inizio a mangiare la nutella perderò il controllo), come recentemente sostenuto da Craske e colleghi per spiegare il meccanismo d’azione dell’esposizione nei disturbi d’ansia basandosi sull’osservazione che l’abituazione non è associata in modo consistente a un esito migliore dell’intervento (un dato confermato anche in qualche studio sull’esposizione allo stimolo del cibo).

Uno studio eseguito da Schyns e colleghi dell’Università di Maastricht ha cercato di valutare questi due potenziali meccanismi confrontando 52 donne con obesità (indice di massa corporea   30) due sedute di esposizione allo stimolo del cibo basata violazione delle aspettative con due sedute di esposizione basate sull’abituazione al desiderio di mangiare.) e a una condizione di controllo in cui non è stata eseguita l’esposizione.

Le ipotesi dello studio erano le seguenti: (i) l’esposizione alla violazione delle aspettative sull’alimentazione in eccesso favorisce una significativa diminuzione dell’assunzione degli alimenti (sia a quelli a cui i partecipanti sono esposti sia a quelli a cui non sono esposti) rispetto alla condizione che si focalizza sull’abituazione; (ii) la condizione di violazione richiede tempi più brevi per funzionare rispetto a quella di abituazione.

La prima ipotesi non è stata confermata perché non è stata individuata alcuna differenza significativa tra l’esposizione allo stimolo del cibo per favorire l’abituazione e per favorire la violazione delle aspettative. Entrambe le modalità hanno però determinato una minore assunzione degli alimenti a cui i partecipanti sono stati esposti rispetto alla condizione di controllo. Inoltre, è stata confermata la specificità dell’esposizione agli stimoli alimentari solo per gli alimenti a cui i partecipanti sono stati esposti, ma non a quelli a cui non sono stati esposti. Anche la seconda ipotesi dello studio non è stata confermata perché i due tipi di esposizione non hanno mostrato di avere tempi d’azione diversi.

In conclusione, sebbene lo studio non abbia chiarito il meccanismo di azione degli interventi di esposizione allo stimolo del cibo, la procedura di esposizione ha confermato di essere efficace nel ridurre il desiderio di cibo, le aspettative sull’assunzione di cibo e l’assunzione reale di cibo in eccesso.

Fonte: Schyns, van den Akker, Roefs, Hilberath, & Jansen. (2018). What works better? Food cue exposure aiming at the habituation of eating desires or food cue exposure aiming at the violation of overeating expectancies? Behaviour Research and Therapy, 102, 1-7. doi:10.1016/j.brat.2017.12.001

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