L’alimentazione regolare, non il digiuno intermittente, è il migliore modo per avere un salutare controllo dell’alimentazione

A cura di Riccardo Dalle Grave

Unità di Riabilitazione Nutrizionale. Casa di Cura Villa Garda

Negli ultimi anni è stato proposto da alcuni gruppi di ricercatori il digiuno intermittente come modalità alimentare per provocare, attraverso complesse risposte cellulati adattive, il miglioramento della resistenza insulinica, dell’obesità, della dislipidemia, dell’ipertensione arteriosa e delle funzioni cognitive, l’aumento della resistenza allo stress, la soppressione dell’infiammazione e l’incremento dell’aspettativa di vita (de Cabo & Mattson, 2019). Questa pratica nelle sue varie forme – digiuno a giorni alterni, alimentazione limitata a sole poche ore al giorno (per es. un periodo di digiuno di 18 ore e un periodo di alimentazione di 6 ore da raggiungere gradualmente in 4 mesi), digiuno intermittente 5:2 (500 kcal per 2 giorni alla settimana) – è stata proposta per curare l’obesità, il diabete, le malattie cardiovascolari, il cancro, le malattie neurodegenerative, l’asma, la sclerosi multiple, l’artrosi, le lesioni tessutali chirurgiche ed ischemiche e per prolungare l’aspettativa di vita (de Cabo & Mattson, 2019).

La maggior parte degli studi riportati dagli autori per sostenere gli effetti benefici del digiuno intermittente sono di tipo preclinico ed eseguiti sugli animali (per es. i ratti) (Swindell, 2012), mentre i pochi studi clinici effettuati hanno valutato gli effetti di questo intervento dietetico solo a breve termine (settimane o mesi)  su alcuni fattori di rischio di malattie non trasmissibili e non su outcome clinicamente importanti come l’insorgenza di malattie cardiovascolari – la cui diminuzione è stata invece dimostrata con la dieta mediterranea (Estruch et al., 2018), di cancro e l’aspettativa di vita. Inoltre, gli studi effettuati non hanno confrontato, salvo rare eccezioni (vedi sotto), gli effetti a lungo termine del digiuno intermittente con diete convenzionali, per cui non è noto se gli effetti osservati sui fattori di rischio siano dovuti alla restrizione dietetica calorica estrema intermittente o alla restrizione calorica per se.

L’unico studio clinico fino ad ora pubblicato con dati di esito a lungo termine (24 mesi) sulla perdita di peso in adulti con sovrappeso/obesità, che hanno completato un trial della durata di 12 mesi che ha confrontato la restrizione calorica continuativa (1000 kcal/die per le donne e 1200 kcal/dei per gli uomini), il programma 5:2 (5 giorni di introito energetico abituale e 2 giorni di forte restrizione dietetica – 500 kcal/die nelle donne e 600 kcal/die negli uomini) e il programma di restrizione energetica week-on-week-off (1 settimana di restrizione calorica identica a quella adottata dal gruppo in restrizione continuativa e 1 settimana di introito energetico abituale), non ha trovato differenze significative nella perdita di peso e nella modificazione dei fattori di rischio cardiovascolari tra i tre gruppi sia a 12 che a 24 mesi (Headland, Clifton, & Keogh, 2019, 2020). I risultati di questo studio confermano le conclusioni di una revisione metanalitica sistematica di 9 studi di durata minima di 6 mesi, in cui non è stata osservata alcuna differenza nella perdita di peso tra restrizione calorica continuativa e digiuno intermittente (Headland, Clifton, Carter, & Keogh, 2016). Una conclusione raggiunta anche da un trial di 12 mesi che non ha trovato significative differenze nell’aderenza, nella perdita e nel mantenimento del peso e nella protezione cardiovascolare tra il digiuno intermittente (un giorno di digiuno modificato alternato a un giorno di introito energetico abituale) rispetto a una moderata restrizione calorica continuativa (Trepanowski et al., 2017).

Sebbene non ci siano differenze significative in termini di perdita di peso e miglioramento dei fattori di rischio cardiovascolari tra digiuno intermittente e dieta moderatamente ipocalorica continuativa, studi retrospettivi (Rosen, Leitenberg, Fisher, & Khazam, 1986) e basati sulla metodologia ecological momentary assessment (Zunker et al., 2011) hanno dimostrato che l’alimentazione ritardata (cioè passare molte ore durante il giorno senza mangiare) e la restrizione estrema e rigida aumentano la preoccupazione per il cibo e il rischio di sviluppare episodi di alimentazione in eccesso e di abbuffata. Inoltre, uno studio di laboratorio ha dimostrato un incremento dell’introito calorico dopo un periodo di deprivazione di 6 ore rispetto a un periodo di 1 ora (Telch & Agras, 1996). La ricerca ha anche dimostrato che l’adozione di pratiche dietetiche fortemente ipocaloriche favorisce l’aumento di peso a lungo termine negli individui normopeso (Lowe, Doshi, Katterman, & Feig, 2013) e in quelli predisposti è un fattore di rischio per lo sviluppo dei disturbi dell’alimentazione di gravità clinica (Schaumberg & Anderson, 2016; Stice, 2016). Inoltre, gli studi effettuati sul disturbo da binge-eating (BED) hanno confermato che l’assunzione di almeno 3 pasti al giorno è associata a meno episodi di abbuffata rispetto a una minore frequenza di pasti assunti (Masheb, Grilo, & White, 2011). Infine, il consumo regolare della colazione, del pranzo e della cena è significativamente correlato con un indice di massa corporea più basso nelle persone con obesità e BED (Masheb & Grilo, 2006).

La prova più importante a favore  dell’adozione di un’alimentazione regolare (3+2+0) deriva però dai risultati degli studi che hanno valutato gli effetti della terapia cognitivo comportamentale migliorata (CBT-E) per i disturbi dell’alimentazione (Dalle Grave & Calugi, 2020; Fairburn, 2008). La teoria su cui si basa questa terapia sostiene che l’alimentazione ritardata, assieme all’adozione di regole dietetiche estreme e rigide, sia il più potente meccanismo di mantenimento degli episodi di abbuffata (Fairburn, Cooper, & Shafran, 2003). Per tale motivo una delle procedure chiave della CBT-E, implementata nelle prime 4 settimane di trattamento, è l’Alimentazione Regolare, che consiste nel suggerire al paziente di pianificare in anticipo 3 pasti principali (colazione, pranzo e cena) e due spuntini (metà mattina e metà pomeriggio) e il non mangiare tra gli intervalli: una procedura anche chiamata 3+2+0. Gli studi hanno dimostrato che la procedura dell’Alimentazione Regolare produce una rapida e significativa riduzione degli episodi di abbuffata solo dopo 4 settimane nella maggior parte dei pazienti con bulimia nervosa (Dalle Grave, Calugi, Sartirana, & Fairburn, 2015; Fairburn et al., 2009) e BED (Grilo & Masheb, 2005). Inoltre, uno studio sulla CBT per la bulimia nervosa ha dimostrato che i partecipanti che hanno consumato 80 pasti e almeno 21 spuntini pomeridiani nel mese precedente hanno riportato il più elevato tasso di astinenza (70%) dagli episodi di abbuffata (Shah, Passi, Bryson, & Agras, 2005): un dato confermato anche da uno studio che ha applicato l’auto-aiuto guidato in partecipanti con episodi di abbuffata (Zendegui, West, & Zandberg, 2014). Questo ha portato ad affermare che l’Alimentazione Regolare è probabilmente la singola procedura più importante nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione con episodi di abbuffata (Fairburn, 2013).

In conclusione, dato che non ci sono evidenze cliniche che il digiuno intermittente produca benefici clinici aggiuntivi rispetto a un pattern di alimentazione salutare e che determini un calo di peso maggiore rispetto a una moderata restrizione calorica, mentre può favorire l’aumentano della preoccupazione per il cibo e il rischio di sviluppare episodi di alimentazione in eccesso e di abbuffata, appare non opportuno raccomandarlo come pratica alimentare salutare. L’Alimentazione Regolare, preferibilmente basata sul modello della dieta mediterranea, è la scelta migliore da fare per ridurre il rischio di malattia e per evitare di sviluppare un’alimentazione sregolata e in taluni casi disturbata.

 

Referenze 

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