La triade dell’atleta maschio: un problema sommerso e raramente riconosciuto

A cura di Riccardo Dalle Grave

La “triade dell’atleta femmina”, un concetto che ha iniziato ad essere elaborato dai ricercatori nel  1992, è stato ufficialmente definito dall’American College of Sports Medicine come un’entità clinica che si compone delle seguenti tre caratteristiche: (i) deficit energetico, con o senza un disturbo dell’alimentazione; (ii) disturbi mestruali e amenorrea; (ii) perdita di massa ossea e osteoporosi. Questa definizione è stata sviluppata perché numerosi studi hanno documentato la presenza di un aumentato rischio di fratture e di disturbi riproduttivi nelle atlete che consumano più energia di quella che introducono con gli alimenti. Alcuni studi hanno inoltre trovato che il deficit energetico nelle atlete può produrre effetti negativi anche sul tono dell’umore e sul funzionamento cardiovascolare.

Un motivo che ha spinto a dare il nome “triade dell’atleta femmina” alle tre caratteristiche cliniche descritte sopra è stato quello di focalizzare l’attenzione dei ricercatori, dei clinici e degli allenatori su questo problema per cercare di prevenirlo e di trattarlo rapidamente aiutando l’atleta a mangiare di più. L’aggettivo “femmina” alla triade ha però distolto l’attenzione dal fatto che questa sindrome si può verificare anche nei maschi. Sempre più resoconti clinici hanno infatti riportato che non è raro osservare degli atleti maschi che hanno un deficit energetico persistente, con o senza la presenza di un disturbo dell’alimentazione, che si associa a perdita di massa ossea, diminuzione dei livelli di testosterone e impotenza e, in alcuni casi, a bradicardia marcata, ipotermia, diminuzione della forza e depressione.

Tra atleti maschi e femmine ci sono però delle differenze, per esempio i diversi livelli di ormoni sessuali e di densità minerale ossea, che dovranno essere studiate attentamente. Attualmente i pochi dati che abbiamo sui maschi derivano solo da studi trasversali. Uno studio, per esempio, ha trovato che i fantini che mantengono intenzionalmente un basso peso, hanno una massa ossea inferiore rispetto ai pugili. Un altro studio ha osservato che la massa ossea a livello della colonna lombare può essere bassa negli atleti che praticano la corsa di resistenza e il ciclismo. Inoltre, sono stati trovati negli atleti maschi che praticano sport di resistenza effetti negativi sulla produzione dello sperma e la riduzione dei livelli di testosterone; non sono però stati riportati casi di fratture ossee. Sono stati anche pubblicati un paio di studi longitudinali controllati che hanno trovato una riduzione dei livelli di testosterone in alcuni atleti, ma la durata di queste ricerche è stata troppo breve per documentare lo sviluppo di fratture ossee. Sono infine necessarie altre ricerche per valutare gli effetti di altri ormoni negli uomini, come l’insulina e l’IGF1.

L’interesse nei confronti delle complicanze legate al deficit energetico negli atleti maschi non è solo accademica, perché può influenzare il modo in cui i clinici e gli allenatori valutano gli atleti, perché se non si è consapevoli che esiste un problema, non lo si va a cercare. Per tale motivo appare urgente e opportuno eliminare il termine “femmina” dalla triade dell’atleta, per evitare la focalizzazione dell’attenzione solo sulle atlete femmine oppure, come suggerito dal documento di consenso del 2014 dell’International Olympic Committee, sostituire il termine “triade dell’atleta femmina” con “deficit energetico relativo nello sport – RED-S”. In questo documento era stato anche sottolineato che la sindrome può colpire sia le femmine sia maschi e che non è una triade, perché determina molti altri danni come le alterazioni dell’immunità, della sintesi proteica e del sistema cardiovascolare.

In attesa di un consenso che elimini il problema del genere nella definizione della triade dell’atleta,  i clinici e i nutrizionisti, quando valutano un atleta maschio che ha perso molto peso, dovrebbero fare delle domande sul suo comportamento alimentare, sulle variazioni del suo tono dell’umore e su eventuali cambiamenti della sua libido. Nel caso l’atleta riporti una diminuzione della libido dovrebbe essere eseguita la valutazione dei livelli di testosterone e, in caso di frattura ossea, anche la dual-energy x-ray absorptiometry. Va anche effettuata una valutazione della composizione corporea e vanno prescritti esami bioumorali per valutare il numero dei globuli bianchi e il metabolismo del glucosio.

La gestione degli atleti che mangiano poco è, non sorprendentemente, quella di mangiare più cibo, raccomandando una dieta salutare con pasti e spuntini regolari che include un’adeguata quantità di calcio e vitamina D. Convincere gli atleti a mangiare di più però non è sempre facile, in particolare se devono rimanere in una categoria di peso, come i lottatori, o se traggono dei vantaggi a essere più leggeri, come i saltatori e i fantini. Una strategia che spesso funziona è sottolineare che una corretta alimentazione e un buono stato nutrizionale migliorano la prestazione atletica. Se però si sospetta la presenza di un disturbo dell’alimentazione, e non un semplice deficit energetico, l’atleta dovrebbe essere inviato presso un centro clinico specializzato nella valutazione e nella gestione dei disturbi dell’alimentazione.

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