Food Noise: un concetto utile o una nuova etichetta per fenomeni già conosciuti?
Riccardo Dalle Grave
Negli ultimi anni il termine food noise si è diffuso nel linguaggio dei media, della clinica e della ricerca, specialmente con i farmaci agonisti del recettore GLP-1, come semaglutide e tirzepatide. Molti che assumono questi farmaci segnalano meno pensieri sul cibo, desiderio e preoccupazioni, e meno sensazione che il cibo sia sempre presente, da cui il termine food noise, “rumore alimentare”.
Un articolo di Brewis et al. su Appetite invita alla cautela sul “food noise”. Pur riconoscendo pensieri disturbanti sul cibo, affermano che prima di classificarlo come categoria clinica o strumento commerciale, bisogna capire cosa si misura, in chi e con quali implicazioni.
Un Concetto Ancora Poco Definito
Esistono strumenti come il Food Noise Questionnaire e il RAID-FN Inventory per misurare il food noise, ma presentano sovrapposizioni con scale esistenti che valutano craving, preoccupazione per il cibo, reattività agli stimoli alimentari e pensieri intrusivi. Questo solleva la domanda: il food noise è un fenomeno nuovo o una nuova etichetta per processi già noti?
Questa domanda è cruciale nei disturbi dell’alimentazione. Pensare al cibo può indicare fame, restrizione calorica, ma anche paura di perdere il controllo, bisogno di seguire regole alimentari rigide, o l’espressione di un’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e del controllo dell’alimentazione. Il contenuto “cibo” resta, ma la funzione psicopatologica può cambiare.
Food Noise E Disturbi Dell’Alimentazione
Un limite dell’articolo è che, pur riconoscendo i rischi legati ai disturbi dell’alimentazione, non approfondisce tale aspetto. Le preoccupazioni alimentari non sono sempre egodistoniche, cioè vissute come indesiderate o disturbanti. In alcuni casi, soprattutto nei disturbi dell’alimentazione in cui predomina la restrizione alimentare, possono essere egosintoniche, coerenti con obiettivi, valori o identità. Il controllo dell’alimentazione può essere vissuto come disciplina, sicurezza, successo o sollievo. In questi casi, parlare semplicemente di “rumore” da ridurre rischia di non cogliere la complessità del disturbo.
Inoltre, una riduzione dei pensieri sul cibo non sempre indica miglioramento clinico. Se pensare meno al cibo deriva da un modo più flessibile di mangiare e riduce il distress, può essere positivo. Ma se il pensiero diminuisce perché l’appetito è sotto farmaci e ciò rafforza restrizione, evitamento o perdita di peso, la condizione può anche peggiorare o mascherarsi. Nei disturbi dell’alimentazione, il sollievo soggettivo non sempre indica guarigione: evitare un alimento temuto o saltare un pasto può dare sollievo immediato, mantenendo la psicopatologia.
Non Conta Solo Quanto Si Pensa Al Cibo, Ma Perché
Un altro aspetto critico riguarda la funzione dei pensieri sul cibo. Due persone possono ottenere lo stesso punteggio a una scala sul food noise, ma per motivi diversi: una perché ha fame, una perché segue una dieta rigida, una perché teme di abbuffarsi, una perché vive in condizioni di insicurezza alimentare, una perché il cibo è associato a vergogna corporea, una perché il cibo ha un forte valore culturale, affettivo o sociale. Senza comprendere la funzione del pensiero, la sua frequenza da sola dice poco.
Il termine noise ha una connotazione negativa, indicando che pensare al cibo sia un disturbo o interferenza da silenziare. Tuttavia, il cibo rappresenta anche piacere, relazione, cultura, cura e identità. In molte culture, pensare, preparare e condividere il cibo fa parte di una vita sana. Il rischio è che questa categoria, nata in un contesto di farmaci dimagranti, patologizzi esperienze culturali e quotidiane.
Il Rischio Della Commercializzazione
L’articolo evidenzia il rischio commerciale del ‘food noise‘ nel marketing dei trattamenti per la perdita di peso, creando una dinamica problematica tra l’esperienza come sintomo, che si gestisce con una soluzione farmacologica, e il confine tra ricerca, clinica e mercato, rischiando di definire un problema dal trattamento anziché dal fenomeno.
Per la clinica dei disturbi dell’alimentazione, questo tema richiede molta prudenza. Prima di considerare il food noise un bersaglio terapeutico, bisogna valutare vari aspetti: livello di distress, flessibilità alimentare, restrizione, condotte compensatorie, paura dell’aumento di peso, eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo, funzionamento sociale, rischio medico, e significato soggettivo dei pensieri sul cibo.
Quali Implicazioni Per La Clinica?
In questa prospettiva, il food noise potrebbe essere un concetto utile se usato come descrizione dell’esperienza soggettiva, non come diagnosi autonoma o scorciatoia clinica. Può aiutare alcune persone a dare un nome alla fatica mentale legata al controllo dell’alimentazione. Può favorire conversazioni meno colpevolizzanti su appetito, craving e perdita di controllo. Ma può risultare fuorviante se viene usato per appiattire fenomeni diversi o per promuovere l’idea che il rapporto sano con il cibo coincida semplicemente con il “pensarci meno”.
Per la ricerca futura sarà importante chiarire se il food noise sia distinguibile da concetti già esistenti, se predica esiti clinici rilevanti, se cambia in modo diverso nei vari disturbi dell’alimentazione e se le sue misure funzionano in culture e contesti sociali diversi. Sarà inoltre essenziale studiare non solo gli interventi farmacologici, ma anche quelli psicologici e ambientali: CBT-E, trattamento del binge eating, lavoro sull’immagine corporea, riduzione della restrizione dietetica cognitiva, interventi sullo stigma del peso e miglioramento della sicurezza alimentare.
Conclusioni
In conclusione, il food noise è un concetto interessante, ma ancora fragile. Può descrivere un’esperienza reale, ma non dovrebbe essere adottato troppo rapidamente come categoria clinica consolidata. Nel campo dei disturbi dell’alimentazione, soprattutto, è fondamentale non limitarsi a chiedere “quanto spesso una persona pensa al cibo”, ma comprendere perché ci pensa, come vive quei pensieri, quale funzione svolgono e in che modo si collegano alla psicopatologia del peso, della forma del corpo e del controllo alimentare.
Il rischio, altrimenti, è trasformare il “rumore alimentare” in un’etichetta troppo ampia, capace di includere fame, craving, dieta, cultura, insicurezza alimentare e psicopatologia, senza distinguere ciò che va accolto, ciò che va compreso e ciò che va realmente trattato.
Referenza
Brewis, A., Hayashi, D., Gualano, B., Precinotto, M. L., Scagliusi, F. B., Stockelova, T., SturtzSreetharan, C., West, H., Williams, O., & Masterson, T. (2026). Food Noise: Conceptual, Methodological, and Ethical Considerations. Appetite, 108700. https://doi.org/10.1016/j.appet.2026.108700
