La storia e l’evoluzione dello stigma del peso
Riccardo Dalle Grave
Lo stigma del peso (weight stigma) indica l’insieme di stereotipi, pregiudizi (e discriminazioni rivolti alle persone con corpi considerati “in eccesso”. Oggi è riconosciuto come un problema sociale, culturale e sanitario di grande rilevanza, ma tale consapevolezza è relativamente recente. Per molto tempo, infatti, l’obesità è stata interpretata quasi esclusivamente come una questione di responsabilità individuale, di autocontrollo e di forza di volontà. Le persone con obesità venivano spesso rappresentate come pigre, irresponsabili, poco motivate o incapaci di prendersi cura di sé. Solo negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha iniziato a dimostrare che tali rappresentazioni non solo sono riduttive e inaccurate, ma producono anche profonde conseguenze psicologiche, sociali e sanitarie.
Le basi teoriche del concetto di stigma derivano dal lavoro del sociologo Erving Goffman che, nel 1963, pubblicò il celebre libro Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity. Goffman definiva lo stigma come un processo sociale in cui alcune caratteristiche fisiche o identitarie vengono considerate devianti o indesiderabili, producendo una sorta di “identità screditata”. Sebbene non si occupasse specificamente di obesità, il suo modello teorico offrì gli strumenti concettuali per comprendere come il corpo possa diventare oggetto di giudizio sociale. Secondo Goffman, infatti, lo stigma non nasce dalla caratteristica in sé, ma dal significato culturale che le viene attribuito. Questa intuizione sarà fondamentale per gli studi successivi sul peso corporeo.
Il primo autore a parlare esplicitamente di “stigma dell’obesità” fu il sociologo Albert J. Cahnman, che nel 1968 pubblicò l’articolo “The Stigma of Obesity”. Cahnman osservò che le persone con obesità non erano discriminate soltanto per ragioni estetiche o mediche, ma soprattutto per ragioni morali. Il corpo grasso veniva interpretato come segno di debolezza, di mancanza di disciplina e di fallimento personale. In altre parole, il peso corporeo diventava un indicatore del valore sociale dell’individuo. Questa prospettiva rappresentò una svolta importante perché spostò l’attenzione dall’obesità come semplice condizione fisica a quella come fenomeno sociale e culturale.
Negli anni successivi, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, la ricerca iniziò a documentare sistematicamente la presenza di pregiudizi nei confronti delle persone con obesità anche all’interno dei contesti sanitari. Studi pionieristici mostrarono che molti professionisti della salute tendevano a considerare i pazienti con obesità poco collaborativi, scarsamente motivati e responsabili della propria condizione. Questi atteggiamenti influivano negativamente sulla qualità della relazione terapeutica e dell’assistenza. Le persone con obesità riferivano frequentemente esperienze di umiliazione, commenti giudicanti o cure inappropriate durante le visite mediche e i percorsi terapeutici. Col tempo si comprese che lo stigma del peso non rappresentava soltanto un problema etico o sociale, ma anche un ostacolo concreto alla salute pubblica, poiché poteva indurre l’evitamento delle cure, ritardo diagnostico e peggioramento della qualità della vita.
Negli anni Novanta il tema uscì progressivamente dall’ambito esclusivamente accademico grazie allo sviluppo del fat activism, un movimento sociale e culturale che iniziò a contestare apertamente gli standard dominanti di magrezza e la discriminazione basata sul corpo. Tra le figure più influenti vi fu Marilyn Wann, autrice del libro FAT? SO!, pubblicato nel 1998. Wann denunciò il modo in cui la società attribuiva automaticamente alle persone grasse caratteristiche negative, sostenendo che il valore di una persona non può ridursi al peso corporeo. Il movimento contribuì a introdurre temi quali la dignità corporea, l’inclusività e i diritti delle persone con obesità nel dibattito pubblico, favorendo una riflessione più ampia sul rapporto tra corpo, salute e discriminazione.
Il consolidamento scientifico del concetto moderno di stigma del peso avvenne nei primi anni Duemila grazie soprattutto al lavoro di Rebecca Puhl e Kelly Brownell. I loro studi dimostrarono che il pregiudizio sul peso è diffuso in numerosi contesti: scuola, lavoro, media, relazioni sociali e sistema sanitario. Inoltre, evidenziarono che lo stigma produce effetti psicologici e fisici significativi, tra cui depressione, ansia, bassa autostima, isolamento sociale, disturbi dell’alimentazione e aumento dello stress cronico. Un aspetto particolarmente importante emerso dalla ricerca è che lo stigma del peso può persino peggiorare i comportamenti di salute che dichiara di voler correggere. Le persone stigmatizzate, infatti, possono sviluppare l’evitamento dell’attività fisica, l’alimentazione emotiva o il rifiuto dei contesti sanitari per paura del giudizio.
Negli ultimi anni, lo stigma del peso è stato progressivamente riconosciuto come una forma di discriminazione strutturale. Oggi molti ricercatori sottolineano la necessità di distinguere tra la promozione della salute e la colpevolizzazione del peso corporeo. Parallelamente, approcci come Health at Every Size (HAES) e i movimenti di Body Positivity hanno contribuito a ridefinire il concetto di salute in modo più inclusivo, mettendo in discussione l’idea che la magrezza sia automaticamente sinonimo di benessere.
Anche in Europa e in Italia il tema del weight stigma ha ricevuto crescente attenzione negli ultimi anni, sebbene il dibattito europeo e italiano sia arrivato più tardi rispetto a quello anglosassone. Nel panorama italiano, un contributo particolarmente importante è stato offerto dal gruppo di Villa Garda e dal lavoro di Daniele Di Pauli.
L’unità di Riabilitazione Nutrizionale della Casa di Cura Villa Garda, grazie alla formazione e alle indicazioni ricevute da Kelly Brownell, ha contribuito a diffondere una visione dell’obesità come condizione complessa e multifattoriale, influenzata da fattori biologici, psicologici, ambientali e sociali. Attraverso il lavoro clinico e scientifico, ha promosso approcci terapeutici evidence-based, centrati sul rispetto della persona, contrastando le interpretazioni moralistiche che riducono il problema alla semplice mancanza di volontà.
Daniele Di Pauli, durante la sua collaborazione con il gruppo di Villa Garda nel 2005, ha avuto l’opportunità di comprendere questa diversa modalità di concettualizzazione dell’obesità ed è stato incoraggiato a occuparsi dello stigma associato al peso. Da allora, ha ricoperto un ruolo pionieristico nello studio e nella promozione dello stigma del peso in Italia. Attraverso attività cliniche, programmi di formazione e pubblicazioni scientifiche, Di Pauli ha contribuito a integrare tale tematica nel campo della psicologia e della medicina dell’obesità nel contesto italiano. Il suo libro Obesità e stigma, giunto alla seconda edizione, rappresenta una delle prime opere italiane dedicate alla discriminazione basata sul peso. Il testo analizza gli effetti psicologici dello stigma, i pregiudizi presenti nella società e nei contesti sanitari, e le possibili strategie per ridurre il bias nei confronti delle persone con obesità. Di Pauli ha inoltre promosso modelli clinici basati sull’accoglienza, sul rispetto e sull’alleanza terapeutica, sottolineando che il linguaggio e gli atteggiamenti dei professionisti possono influenzare direttamente l’efficacia dei trattamenti.
Oggi, numerosi professionisti, società scientifiche europee e italiane, nonché gruppi di pazienti, riconoscono l’importanza di affrontare questa problematica. L’European Association for the Study of Obesity (EASO), la Società Italiana Obesità (SIO) e l’Associazione dei Disturbi dell’Alimentazione e del Peso (AIDAP) hanno ripetutamente sottolineato che la stigmatizzazione delle persone affette da obesità può compromettere la qualità delle cure e peggiorare gli esiti clinici. Numerose iniziative di sensibilizzazione hanno inoltre evidenziato l’imprescindibile necessità di adottare un linguaggio rispettoso e non colpevolizzante nei confronti di tali individui.
Oggi lo stigma del peso è considerato un importante determinante sociale della salute. La ricerca contemporanea mostra che il problema non riguarda soltanto la sensibilità individuale o la correttezza linguistica, ma comporta conseguenze concrete sulla salute fisica, psicologica e sociale delle persone. Comprendere la storia e l’evoluzione dello stigma del peso significa quindi riconoscere che il giudizio sul corpo sia profondamente influenzato dalla cultura e che la lotta contro la discriminazione rappresenti una componente fondamentale della promozione della salute e della dignità umana.
Bibliografia
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Brownell, K. D., Puhl, R. M., Schwartz, M. B., & Rudd, L. (Eds.). (2005). Weight Bias: Nature, Consequences, and Remedies. New York, NY: Guilford Press.
Cahnman, W. J. (1968). The stigma of obesity. The Sociological Quarterly, 9(3), 283–299.
Cwynar-Horta, J. (2016). The commodification of the body positive movement on Instagram. Stream: Interdisciplinary Journal of Communication, 8(2), 36–56.
Di Pauli, D. (2024). Obesità e stigma (2ª ed.). Verona: Positive Press.
Goffman, E. (1963). Stigma: Notes on the management of spoiled identity. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.
Wann, M. (1998). Fat! So?: Because You Don’t Have to Apologize for Your Size. Berkeley, CA: Ten Speed Press.
