Salvare la vita senza perdere la persona: la nutrizione forzata con sondino nasogastrico nei disturbi dell’alimentazione
Riccardo Dalle Grave
Una nuova revisione pubblicata sul Journal of Eating Disorders affronta uno dei temi più complessi, delicati e controversi nella cura dei disturbi dell’alimentazione: la nutrizione tramite sondino nasogastrico sotto contenzione nei pazienti con anoressia nervosa grave e malnutrizione potenzialmente letale.
La revisione sistematica condotta da Helen West e colleghi ha analizzato 36 fonti tra studi scientifici, audit clinici, documenti professionali e linee guida, con l’obiettivo di comprendere come venga utilizzata la nutrizione forzata, come i clinici prendano decisioni sul suo impiego, quali esperienze vivano pazienti e familiari e quali siano gli esiti associati a questo intervento.
Il quadro che emerge rivela un paradosso importante. La nutrizione forzata è considerata un intervento potenzialmente salvavita, ma esistono ancora poche indicazioni cliniche realmente complete che aiutino i professionisti a capire quando sia davvero giustificata, come minimizzarne i danni e come evitare che diventi una pratica protratta o ripetuta nel tempo.
Nei casi più gravi di disturbi dell’alimentazione, la malnutrizione può causare una profonda compromissione fisica e psicologica. Alcuni pazienti arrivano a condizioni di rischio imminente per la vita, pur continuando a rifiutare cibo e trattamenti. In queste circostanze, i clinici possono ricorrere all’alimentazione tramite sondino nasogastrico anche contro la volontà della persona, ricorrendo alla contenzione fisica.
La revisione mostra però con chiarezza che non si tratta semplicemente di una procedura medica. È un intervento dalle profonde conseguenze emotive, relazionali ed etiche. Se da un lato può preservare la vita nel breve termine, dall’altro può essere vissuto come traumatico, umiliante e altamente stressante da parte di pazienti, familiari e operatori sanitari.
Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro è la critica a una definizione eccessivamente riduttiva di “successo terapeutico”. Gran parte della letteratura disponibile valuta infatti l’efficacia della nutrizione forzata soprattutto in termini di recupero ponderale o di stabilizzazione medica. Gli autori pongono però una domanda cruciale: sopravvivere basta davvero per parlare di guarigione?
La risposta che emerge dalla revisione è molto più complessa.
Diversi studi descrivono possibili conseguenze psicologiche a lungo termine associate alla nutrizione coercitiva, tra cui sintomi post-traumatici, maggiore resistenza ai trattamenti, rinforzo dell’identità anoressica e un allontanamento futuro dai servizi di cura. Alcuni pazienti, a distanza di tempo, hanno rivalutato l’intervento come necessario e utile; altri, invece, continuano a viverlo come profondamente dannoso anche anni dopo. Questa variabilità evidenzia quanto sia difficile bilanciare il rischio medico immediato con le conseguenze psicologiche a lungo termine.
La revisione documenta inoltre una marcata variabilità delle pratiche cliniche. In alcuni servizi la nutrizione sotto contenzione viene utilizzata solo occasionalmente; in altri può protrarsi per mesi o addirittura anni. Differiscono anche le modalità operative, il numero di operatori coinvolti, il ricorso a personale di sicurezza, i protocolli adottati e la disponibilità di équipe specialistiche per i disturbi dell’alimentazione.
Gli studi qualitativi inclusi nella revisione descrivono operatori emotivamente esausti, conflitti all’interno delle équipe e vissuti di forte sofferenza morale. I genitori riportano spesso un doloroso intreccio di sollievo, paura, impotenza e senso di colpa. I pazienti riferiscono spesso esperienze di terrore, vergogna e perdita di dignità.
Forse il messaggio più importante del lavoro è che la domanda clinica centrale non dovrebbe essere soltanto “come effettuare la nutrizione forzata in sicurezza”, ma soprattutto “come ridurre la probabilità che si renda necessaria”.
Gli autori sottolineano infatti la necessità di interventi più precoci, di trattamenti maggiormente personalizzati, di una maggiore flessibilità clinica e di una più stretta integrazione tra competenze mediche, nutrizionali e psicologiche. Viene inoltre evidenziata l’importanza di considerare le neurodivergenze e le comorbidità psichiatriche, che possono aumentare il rischio di escalation coercitive quando vengono applicati modelli terapeutici troppo rigidi o standardizzati.
Allo stesso tempo, la revisione evidenzia quanto siano ancora limitate le conoscenze scientifiche disponibili sulla nutrizione nasogastrica coercitiva nell’anoressia nervosa. La maggior parte degli studi pubblicati è costituita da lavori osservazionali, retrospettivi o qualitativi, spesso condotti su piccoli campioni e prevalentemente in pochi Paesi, soprattutto nel Regno Unito. Mancano studi di alta qualità che confrontino differenti approcci clinici e non esistono definizioni condivise di concetti fondamentali come “circostanze salvavita”. Anche aspetti essenziali della pratica, come la durata ottimale dell’intervento, i fattori di rischio per il ricorso ripetuto alla contenzione o gli effetti psicologici a lungo termine, restano ancora poco conosciuti.
Gli autori osservano inoltre che le attuali linee guida si concentrano prevalentemente sulla stabilizzazione medica immediata, offrendo invece poche indicazioni su come integrare nella decisione clinica gli aspetti etici, i valori del paziente, la neurodiversità, la storia traumatica, il coinvolgimento della famiglia e le traiettorie di recupero a lungo termine. Di fatto, molti clinici si trovano a prendere decisioni estremamente complesse in presenza di evidenze limitate e senza framework multidisciplinari condivisi.
Per questo motivo, la revisione si conclude con un forte richiamo all’esigenza di ulteriori ricerche. Il settore ha urgente bisogno di studi longitudinali che valutino gli esiti a lungo termine dei pazienti sottoposti a nutrizione forzata, inclusi gli effetti sul recupero psicologico, sull’engagement terapeutico, sul trauma e sulla qualità della vita. Sono inoltre necessari studi che aiutino a identificare quali pazienti siano maggiormente a rischio di richiedere interventi coercitivi e quali modalità di trattamento possano ridurre tale rischio.
Gli autori propongono infine lo sviluppo di framework multidisciplinari che integrino competenze mediche, nutrizionali, psicologiche, legali ed etiche. Raccomandano che le future linee guida vengano co-costruite insieme a pazienti e familiari e che superino una visione centrata esclusivamente sul peso corporeo, includendo invece dignità, autonomia, alleanza terapeutica e benessere a lungo termine come esiti clinici realmente significativi.
Questa prospettiva è coerente con il crescente orientamento verso cure collaborative e centrate sulla persona nei disturbi dell’alimentazione. Approcci evidence-based come la CBT-E per gli adolescenti sottolineano infatti che un recupero stabile raramente nasce dalla coercizione. Il cambiamento duraturo emerge più spesso dalla costruzione progressiva di un coinvolgimento attivo del paziente, fondato sulla fiducia, sulla motivazione, sulla comprensione psicologica e su una solida alleanza terapeutica.
Naturalmente, esistono situazioni in cui gli interventi coercitivi possono davvero salvare una vita. La revisione non nega questa realtà. Invita però il campo dei disturbi dell’alimentazione a confrontarsi con una domanda molto più difficile e sfumata: come possiamo preservare la vita riducendo al minimo il rischio di causare ulteriore sofferenza psicologica?
Perché l’obiettivo non dovrebbe essere soltanto mantenere una persona in vita, ma aiutarla a ritrovare una vita che valga la pena di vivere.
Referenze
West, H., Williams, O., Foye, U., & Robert, G. (2026). Clinical guidance for the use of nasogastric tube feeding under restraint in eating disorders care: a systematic scoping review. Journal of Eating Disorders. https://doi.org/10.1186/s40337-026-01568-z
Dalle Grave, R., & Calugi, S. (2020). Cognitive behavior therapy for adolescents with eating disorders. Guilford Press.
