Pregiudizi nei confronti dell’obesità: strategie per i dietisti e i nutrizionisti

Francesco Iarrera

Responsabile UOL AIDAP Oliveri. Referente Regionale AIDAP SICILIA

Durante la presentazione ad un congresso sul tema dei pregiudizi, una relatrice fece un esperimento. Chiese al pubblico di chiudere gli occhi e immaginare un avvocato di successo. Quasi tutti descrissero un ragazzo, bianco, alto, abito blu e cravatta, valigetta in mano. Magro. Nessuno pensò che il personaggio in questione fosse proprio l’oratrice, una persona bassa, con jeans e girocollo beige, donna, con eccesso di peso.

L’esperimento ha voluto dimostrare l’esistenza dei pregiudizi nelle relazioni fra uomini. In alcuni casi i pregiudizi sono innocui, invece nel caso del peso in eccesso rappresentano un problema significativo.

Pregiudizi e stereotipi negativi verso chi ha un peso in eccesso pervadono lo spettacolo, lo sport, la politica; molte ricerche hanno individuato un certo grado di pregiudizio, sebbene meno pronunciato rispetto a quello osservato tra altri operatori della salute e la gente comune, persino fra i dietisti e i nutrizionisti (Luck-Sikorski et al, 2015).

Per chi si occupa di nutrizione e di trattamento dell’obesità è cruciale riconoscere le varie espressioni dei pregiudizi, poiché le nostre supposizioni sui pazienti sono trasmesse dai nostri atteggiamenti nei loro confronti, con una serie di conseguenze negative che vanno dalla compromissione della relazione all’insuccesso della terapia.

Molti addetti ai lavori sono influenzati da alcuni bias nei confronti dei pazienti in sovrappeso e questo produce una condotta discriminatoria, che include le azioni nei loro confronti e le parole utilizzate quando si affronta l’argomento. Si tratta di un fenomeno inconsapevole ma che sostiene specifiche norme sociali che attribuiscono caratteristiche negative a chi ha un eccesso di peso.

Per affrontare il problema possiamo seguire alcune strategie di sicurezza, in grado di contribuire a creare un ambiente che faciliti il cambiamento del paziente.

  1. Essere “duri” peggiora le cose – Numerosi studi hanno dimostrato che stimolare la vergogna o far sentire in colpa a causa del peso porta ad un peggioramento dei comportamenti alimentari.  I pazienti interrompono precocemente le terapie con terapeuti che li hanno stigmatizzati per il peso o “accusati” di scarso impegno e di responsabilità per le difficoltà a ridurre il peso. Riferirsi alla persona usando termini come “grasso” o “lei è pigro”, “non ci riesci perché non lo vuoi abbastanza”, talvolta travisando una profonda insensibilità con presunzione di onestà, non aiuta i pazienti a perdere peso.
  1. La persona prima della malattia e termini neutri – Le persone nascono prima del proprio problema alimentare e questo deve essere rispettato. I pazienti non sono il proprio problema ma ne sono affette. Ad esempio, non è utile dire “un obeso“, molto meglio “una persona con eccesso di peso” e questo vale sia per la comunicazione scritta che orale.  Quando si vuole descrivere il problema, usare termini come “peso”, “BMI”, “peso in eccesso”, “problemi di peso” e “peso corporeo non salutare” è più desiderabile di “grasso”, “grandi dimensioni”, “obesità”, “pesantezza” e “malattia”. In tutti i casi, se non si è sicuri di quali termini potrebbe preferire il paziente, basterà chiederglielo.
  1. Restare umani e diventare empatici – Le parole che usiamo e il tono sono aspetti importanti, ma è quello che dimostriamo a fare la differenza.Sorridere e stringere calorosamente la mano sono dimostrazioni da non rinunciare. Provare sempre a mettersi nei panni di chi abbiamo di fronte, cercando di capire il suo punto di vista, chiedendosi “Io come agirei se fossi al suo posto?”. Dobbiamo incuriosirci riguardo a ciò che il paziente espone, chiedendo e comprendendo come e cosa lo ha spinto in una direzione. Il nutrizionista deve essere interessato al paziente come persona, non come un caso clinico. Se la settimana precedente egli aveva mostrato preoccupazione per l’esame di biologia del figlio, bisogna ricordarsi di chiedere come è andata.

Anche se sono stati stabiliti in anticipo degli argomenti da trattare, non bisogna rinunciare ad affrontare temi che il paziente considera importanti, magari derogando alla agenda già fissata: “Mi piacerebbe molto aiutarla in questo, da dove iniziamo?”. Il paziente è parte integrante della terapia ed è importante che sia presente durante la seduta, dunque quando si affrontano argomenti nuovi, fermiamoci a chiedere “Cosa ne pensa di quello che stiamo dicendo?”.

In conclusione, noi terapeuti che ci occupiamo di nutrizione e del trattamento dell’obesità, abbiamo il dovere di far sentire accettate le persone con eccesso di peso. Abbiamo l’opportunità di promuovere una cultura che interrompa lo stigma verso chi ha problemi di peso. Il nostro ruolo può essere determinante nel favorire una controtendenza percettiva, con l’obiettivo di favorire una maggiore consapevolezza delle difficoltà biologiche, ambientali e psicologiche che ostacolano il cambiamento di scorrette abitudini alimentari e di attività fisica, compiendo così un importante passo nel migliorare la relazione di aiuto con chi richiede una consulenza presso i nostri centri.

Fonte: Jung FU, Luck-Sikorski C, Wiemers N, Riedel-Heller SG. Dietitians and Nutritionists: Stigma in the Context of Obesity. A Systematic Review. PloS one. 2015;10(10):e0140276. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0140276

 

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