Dieta ipocalorica personalizzata basata su semplici biomarcatori

Riccardo Dalle Grave

Le diete ipocaloriche producono perdite di peso molto variabili nelle persone con obesità. Alcuni individui perdono molto peso, altri solo qualche chilo, altri ancora falliscono di perdere peso o addirittura aumentano di peso. Le ricerche che hanno cercato di identificare i “responders” basandosi sui biomarcatori pre-trattamento, come l’indice di massa corporea (IMC) iniziale, il sesso o gli ormoni, hanno spiegato solo una piccola percentuale della variabilità di perdita di peso e non hanno fino ad ora permesso di sviluppare un trattamento dietetico veramente personalizzato. Negli ultimi anni, l’intuizione dell’esistenza di un’interazione tra composizione della dieta e metabolismo del glucosio, ha però aperto la possibilità di poter prescrivere un piano alimentare personalizzato per perdere peso negli individui con obesità che abbia la potenzialità di avere maggior successo rispetto ai trattamenti dietetici che adottano una composizione di nutrienti standard per tutti.

Arne Astrup del Department of Nutrition, Exercise and Sports dell’Univerisità di Copenhagen, in occasione del 25° European Congress on Obesity (ECO2018) svoltosi dal 23 al 26 maggio 2018 a Vienna, ha presentato un lavoro che ha valutato se la composizione dei macronutrienti e del contenuto in fibra delle diete ipocaloriche possa influenzare in modo diverso la predita di peso in individui normoglicemici, prediabetici e diabetici.

Lo studio è partito dall’ipotesi che l’effetto saziante acuto dei carboidrati dipenda dall’uptake del glucosio nei tessuti insulino-dipendenti (cervello, muscolo e fegato), mentre l’effetto saziante dei grassi e delle proteine dipenda maggiormente dal rilascio degli ormoni gastrointestinali e dal loro effetto neuroumorale sul cervello (CCK, GLP-1 e PYY). Ci sono delle evidenze, in accordo con la “teoria glucostatica”, che i carboidrati siano importanti regolatori della sazietà e determinanti dell’introito energetico spontaneo durante i pasti. Con l’incremento della resistenza insulinica e il fallimento di compensare il ridotto effetto dell’insulina attraverso l’aumento della sua secrezione post-prandiale, l’effetto saziante dei carboidrati è attenuato per il ridotto uptake di glucosio nel cervello e forse anche in altri tessuti. Di conseguenza, l’effetto saziante dei carboidrati è indebolito negli individui con diabete di tipo 2 o pre-diabetici con bassa secrezione di insulina. Per tale motivo le diete ricche di carboidrati dovrebbero essere efficaci negli individui con obesità normoglicemici, mentre in quelli con diabete di tipo 2 la perdita di peso dovrebbe essere maggiore con diete ristrette nel contenuto di carboidrati e ricche di proteine e grassi. Per valutare tale ipotesi Astrup ha rianalizzato sette trial randomizzati e controllati di perdita di peso che hanno utilizzato diete con diversa composizione di nutrienti.

Lo studio ha evidenziato che alcuni indici pre-trattamento di resistenza e secrezione insulinica sono potenti predittori della risposta individuale alle diete con diverso contenuto di carboidrati. Per esempio, un trial randomizzato (NUGENOB), in cui è stata confrontata una dieta ipocalorica povera di grassi e ricca di carboidrati con una povera di carboidrati e ricca di grassi, non ha trovato differenze nella perdita di peso tra i due bracci (7,5 kg in entrambi i bracci). Nella rianalisi dei dati, però, gli individui con diabete di tipo 2 hanno perso 2 kg in più con la dieta povera di carboidrati e ricca di grassi rispetto a quelli che hanno seguito la dieta ricca di carboidrati e povera di grassi. Gli individui con normoglicemia, invece, hanno perso 0,4 kg in più con la dieta povera di grassi e ricca di carboidrati rispetto all’atro tipo di dieta (differenza tra i gruppi 2,4 kg).

La differenza nella perdita di peso in individui con obesità normoglicemici e pre-diatici è ancora più sostanziale quando si confrontano e diete con basso e alto carico glicemico e ricche o povere di fibre e frumento intero. Nel Diogenes trial, per esempio, gli individui prediabietici hanno recuperato una media di 5,8 kg in più con la dieta ad alto carico glicemico rispetto a quella a basso carico glicemico, mentre gli individui normoglicemici hanno recuperato solo 1,4 kg in più (differenza tra i gruppi 4,4 kg). La risposta negli individui prediabetici con obesità a diete ricche di fibre sembra anche dipendere dal microbiota (per es. dal rapporto Prevotella e Bacteroides), un dato che suggerisce che la produzione di acidi grassi a catena corta, come l’acido butirrico, da parte di alcuni batteri possa stimolare la sazietà attraverso un meccanismo di sensibilizzazione insulinica.

Astrup ha concluso la sua relazione affermando che la personalizzazione del contenuto dei macronutrienti e della fibra della dieta sulla base del metabolismo del glucosio e del microbiota può migliorare la perdita di peso dei pazienti con obesità.

 

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