Il ruolo del dietista nella CBT-E: un alleato strategico nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione
Riccardo Dalle Grave
La Terapia Cognitivo-Comportamentale Migliorata (CBT-E) è oggi considerata uno dei trattamenti più efficaci e supportati dalle evidenze scientifiche per i disturbi dell’alimentazione. Nata come intervento ambulatoriale condotto da un unico terapeuta, la CBT-E è stata progressivamente adattata a diversi contesti clinici e livelli di cura. Tuttavia, l’esperienza clinica maturata negli ultimi anni ha evidenziato che alcuni pazienti possono trarre beneficio dal coinvolgimento di un dietista specificamente formato nel modello CBT-E.
Carine el Khazen e colleghi in un articolo pubblicato su IJEDO esplorano proprio questa figura professionale, descrivendone il ruolo all’interno di un’équipe multidisciplinare non eclettica, nella quale tutti i professionisti condividono gli stessi principi teorici e operativi della CBT-E.
Perché coinvolgere un dietista nella CBT-E?
La CBT-E è stata concepita per essere somministrata da un singolo terapeuta. Tuttavia, alcuni pazienti, soprattutto quelli con sottopeso significativo, sintomi particolarmente gravi, condizioni mediche concomitanti o necessità di trattamenti intensivi, incontrano difficoltà nell’applicare concretamente i cambiamenti comportamentali richiesti dalla terapia. In questi casi il dietista può fornire un supporto aggiuntivo, aiutando il paziente a mettere in pratica le procedure già introdotte dal terapeuta senza alterare la coerenza del trattamento.
È importante sottolineare che il dietista CBT-E non lavora in modo autonomo né utilizza approcci nutrizionali prescrittivi tradizionali. Il suo intervento è sempre integrato nella formulazione condivisa del caso e mira a sostenere il cambiamento comportamentale, la regolarizzazione dell’alimentazione e la riduzione della restrizione dietetica.
Uno stile terapeutico collaborativo
In linea con i principi della CBT-E, il dietista adotta uno stile collaborativo, empatico e non giudicante. L’obiettivo non è controllare il comportamento alimentare del paziente, ma aiutarlo a comprendere i meccanismi che mantengono il disturbo e a sperimentare gradualmente modalità di alimentazione più flessibili.
Particolare attenzione viene posta all’autonomia del paziente. I cambiamenti proposti sono presentati come esperimenti temporanei e non come imposizioni permanenti, favorendo così il coinvolgimento attivo e riducendo le resistenze.
Il supporto nel recupero del peso
Nei pazienti che necessitano di recuperare peso, il dietista collabora alla costruzione di un piano alimentare flessibile e personalizzato, finalizzato a favorire un incremento ponderale graduale e sostenibile. Il piano tiene conto delle preferenze individuali, delle abitudini culturali e di eventuali sensibilità alimentari, ma allo stesso tempo promuove una progressiva maggiore flessibilità nelle scelte alimentari.
Un aspetto fondamentale del lavoro del dietista consiste nell’aiutare il paziente a interpretare correttamente le normali reazioni fisiche associate alla rialimentazione, come il senso di pienezza o il gonfiore addominale, e a riconoscere i benefici psicologici del recupero nutrizionale, tra cui il miglioramento dell’umore, della concentrazione e delle relazioni sociali.
Quando il peso viene ristabilito, il dietista accompagna il paziente nella transizione verso il mantenimento, riducendo gradualmente la dipendenza dai piani alimentari strutturati e favorendo un’alimentazione autonoma e flessibile.
Riduzione della restrizione dietetica e delle regole alimentari rigide
Anche nei pazienti che non necessitano di recupero ponderale, il dietista può svolgere un ruolo importante. In particolare, può intervenire quando persistono regole alimentari rigide, evitamento di determinati cibi o convinzioni influenzate dalla cultura della dieta.
Attraverso interventi psicoeducativi e comportamentali, il dietista aiuta il paziente a comprendere come la restrizione alimentare contribuisca al mantenimento del disturbo dell’alimentazione e a reintrodurre gradualmente gli alimenti evitati. L’obiettivo è promuovere un rapporto più flessibile e sereno con il cibo.
Prevenzione delle ricadute e coinvolgimento della famiglia
Il contributo del dietista può estendersi anche alla fase finale del trattamento. In questa fase, aiuta il paziente a riconoscere precocemente i segnali di rischio di ricaduta, come il ritorno di regole alimentari rigide, il saltare i pasti o l’aumento della restrizione dietetica. Contestualmente, rinforza l’importanza di mantenere abitudini alimentari regolari e di adottare un approccio non compensatorio all’attività fisica.
Nei bambini e negli adolescenti il dietista può inoltre collaborare con genitori e caregiver, offrendo informazioni sui disturbi dell’alimentazione e favorendo la creazione di un clima familiare più sereno durante i pasti, senza compromettere l’autonomia del giovane paziente.
Il ruolo nei programmi intensivi CBT-E
Nei contesti di cura intensivi, come i programmi residenziali o ospedalieri basati sulla CBT-E, il dietista assume un ruolo ancora più centrale. In queste situazioni può supportare direttamente i pazienti durante i pasti assistiti, aiutandoli a ridurre l’evitamento alimentare, affrontare le paure legate al cibo e costruire gradualmente una maggiore autonomia alimentare.
L’obiettivo finale resta sempre lo stesso: permettere alla persona di raggiungere e mantenere uno stato nutrizionale adeguato adottando modalità alimentari flessibili e prive di comportamenti estremi di controllo del peso.
Collaborazione multidisciplinare e sfide future
Affinché il coinvolgimento del dietista sia realmente efficace, è essenziale che tutti i membri dell’équipe condividano il modello transdiagnostico della CBT-E e utilizzino un linguaggio terapeutico coerente. Il dietista non sostituisce il terapeuta e non conduce autonomamente la CBT-E, ma rafforza e sostiene le procedure già introdotte nel trattamento.
Tra le principali difficoltà segnalate dagli autori vi sono la scarsità di dietisti adeguatamente formati nella CBT-E e il rischio che approcci nutrizionali tradizionali, troppo prescrittivi, possano entrare in conflitto con i principi collaborativi della terapia. Per questo motivo sono fondamentali formazione specialistica, supervisione continua e stretta collaborazione tra professionisti.
Conclusioni
L’integrazione di un dietista specializzato nella CBT-E rappresenta una risorsa preziosa soprattutto nei casi più complessi e nei contesti in cui il supporto nutrizionale può facilitare l’applicazione delle strategie terapeutiche. Quando opera all’interno di un’équipe che condivide la stessa formulazione del caso e gli stessi principi di intervento, il dietista contribuisce non solo alla riabilitazione nutrizionale, ma anche ai processi comportamentali e psicologici che sostengono il recupero dai disturbi dell’alimentazione.
In questa prospettiva, il dietista CBT-E non è un semplice esperto di alimentazione, ma un professionista che aiuta il paziente a trasformare le conoscenze terapeutiche in cambiamenti concreti e duraturi nella vita quotidiana.
Referenza
el Khazen, C., Calugi, S., Abu Taha, H., & Dalle Grave, R. (2026). The Role of the Dietitian in CBT-E for Eating Disorders. IJEDO, 8, 43–46. https://doi.org/10.32044/ijedo.2026.07
