Quando si può davvero dire “sono guarito” da un disturbo dell’alimentazione?

Riccardo Dalle Grave

È una domanda che molti pazienti si pongono, spesso anche dopo mesi o anni di lavoro su se stessi: quando si può dire di essere davvero guariti da un disturbo dell’alimentazione?

La risposta, oggi lo sappiamo, non è semplice. Per molto tempo, la ricerca ha utilizzato definizioni diverse, rendendo difficile confrontare i risultati degli studi e capire che cosa significhi davvero la “guarigione”. Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando: sta emergendo un consenso sempre più chiaro.

Non basta che i sintomi spariscano

In passato si tendeva a considerare la guarigione come la semplice scomparsa dei sintomi: niente più abbuffate, niente più vomito, peso nella norma. Ma l’esperienza clinica e la ricerca ci hanno insegnato che questo non basta. Una persona può non avere più comportamenti problematici, ma continuare a vivere con pensieri ossessivi sul corpo, sul cibo o sul peso. È qui che entra in gioco uno dei modelli più importanti, quello proposto da Bardone-Cone e colleghi, che definisce la guarigione attraverso tre elementi:

  1. peso corporeo nella norma, per esempio avere un BMI ≥ 18,5
  2. assenza di comportamenti tipici del disturbo dell’alimentazione negli ultimi 3 mesi ( abbuffate, vomito, uso improprio di lassativi, uso improprio di diuretici, esercizio fisico eccessivo o adozione di regole dietetiche estreme e rigide)
  3. livelli di preoccupazione per peso, forma corporea e alimentazione comparabili alla popolazione generale negli ultimi tre mesi, per esempio , unteggio globale dell’EDE-Q inferiore a 1 deviazione standard sopra la media della popolazione generale (cioè < 2,77).

Questo approccio ha avuto il merito di spostare l’attenzione: non solo ciò che si vede, ma anche ciò che si pensa e si prova.

Il tempo fa la differenza

Un altro aspetto fondamentale riguarda la durata. Oggi si tende a distinguere tra:

  • remissione, assenza (totale o sostanziale) dei criteri diagnostici del disturbo dell’alimentazione per un periodo compreso tra 3 e 12 mesi
  • guarigione, mantenimento della remissione per almeno 12 mesi, indicativo di stabilità clinica

Questa distinzione è importante perché ci ricorda che la guarigione non è un momento preciso, ma un processo che richiede stabilità.

Tornare a vivere, non solo a “stare meglio”

Forse il cambiamento più significativo riguarda proprio il modo in cui pensiamo oggi alla guarigione. Non si tratta solo di “non avere più il disturbo”, ma di:

  • ritrovare relazioni soddisfacenti
  • sentirsi più liberi nei pensieri
  • recuperare energia per studio, lavoro e interessi
  • vivere una vita che abbia senso e qualità

In altre parole, la guarigione coincide sempre più con un recupero del funzionamento e del benessere complessivo.

E il punto di vista della persona?

C’è poi un aspetto ancora più profondo. Molte persone si considerano guarite anche quando, secondo i criteri clinici, non lo sono del tutto. Questo ci invita a riflettere: la guarigione non è solo un insieme di parametri oggettivi, ma anche un’esperienza soggettiva. Integrare questi due livelli – quello clinico e quello personale – è una delle sfide più importanti per il futuro.

Una strada, non un traguardo

Forse, allora, la domanda iniziale può essere riformulata. Non tanto “quando sono guarito?”, quanto “sto vivendo una vita più libera, più piena, più mia?” La ricerca ci aiuta a definire criteri sempre più chiari. Ma sono le storie delle persone a ricordarci che la guarigione è, prima di tutto, un percorso.

Referenze

Bardone-Cone, A. M., Harney, M. B., Maldonado, C. R., Lawson, M. A., Robinson, D. P., Smith, R., & Tosh, A. (2010). Defining recovery from an eating disorder: conceptualization, validation, and examination of psychosocial functioning and psychiatric comorbidity. Behaviour Research and Therapy, 48(3), 194–202. https://doi.org/10.1016/j.brat.2009.11.001

Wade, T. D., & Lock, J. (2020). Developing consensus on the definition of remission and recovery for research. International Journal of Eating Disorders, 53(8), 1204–1208. https://doi.org/10.1002/eat.23165