Miti nutrizionali e fake news: impatto e strategie di contrasto
Massimiliano Sartirana
Un articolo recentemente pubblicato su Clin Nutr ESPEN affronta il tema della disinformazione nutrizionale, ossia la diffusione di informazioni false, distorte o prive di evidenze scientifiche in ambito alimentare e dietetico. Questo fenomeno, pur non essendo nuovo, ha oggi assunto una portata molto più ampia grazie allo sviluppo dei media digitali e dei social network, che consentono una circolazione rapida e globale dei contenuti. Di conseguenza, le abitudini alimentari delle persone sono sempre più influenzate da informazioni non verificate.
In passato, i miti alimentari erano spesso legati a tradizioni locali e culturali; oggi, invece, si diffondono online e riguardano spesso presunti benefici o rischi associati a specifici alimenti, integratori o regimi dietetici. Tra i principali fattori che favoriscono questa disinformazione vi sono l’interpretazione errata dei dati scientifici, il sensazionalismo dei media, gli interessi commerciali e l’influenza dei social media, dove spesso trovano spazio figure non qualificate che si presentano come esperti.
Le conseguenze di questo fenomeno possono essere rilevanti: molte persone adottano diete sbilanciate o restrittive, prive di basi scientifiche, con potenziali rischi per la salute. Inoltre, si registra una crescente sfiducia nei confronti delle linee guida ufficiali e delle istituzioni sanitarie.
Lo studio descritto nel testo è una revisione narrativa della letteratura scientifica pubblicata tra il 2015 e il 2025. Attraverso l’analisi di fonti accademiche e istituzionali, sono stati individuati sette miti nutrizionali particolarmente diffusi, classificati in tre categorie principali: errori sulle funzioni fisiologiche degli alimenti, interpretazioni scorrette di condizioni mediche e convinzioni errate sulla salubrità di determinati prodotti. L’obiettivo è comprendere come questi miti nascano, perché persistano nel tempo nonostante le evidenze scientifiche e quali effetti abbiano sulla salute pubblica.
1. Diete detox ed eliminazione di tossine
Il primo mito analizzato riguarda le cosiddette diete detox, regimi alimentari a breve termine che promettono di eliminare le “tossine” dall’organismo e di favorire la perdita di peso. Queste pratiche includono digiuni, il consumo esclusivo di succhi o l’eliminazione di interi gruppi alimentari. Tuttavia, non esistono prove scientifiche solide a sostegno della loro efficacia. Il concetto di “tossine” è spesso utilizzato in modo generico e improprio, mentre l’organismo umano possiede già sistemi efficienti di depurazione, come il fegato e i reni. Gli studi disponibili sono limitati e non dimostrano benefici reali né sul peso né sulla salute.
2. Allergie, intolleranze alimentari e aumento di peso
Il secondo mito riguarda l’idea che allergie e intolleranze alimentari possano causare un aumento di peso. In realtà, queste condizioni sono distinte e ben definite dal punto di vista biologico: le allergie coinvolgono il sistema immunitario, mentre le intolleranze derivano da carenze enzimatiche. Non esistono evidenze che colleghino queste condizioni all’aumento di peso, che dipende invece principalmente dall’equilibrio tra le calorie introdotte e quelle consumate. L’autodiagnosi e l’eliminazione di alimenti non necessari possono anzi portare a carenze nutrizionali.
3. Sale colorato più salutare del sale bianco
Il terzo mito riguarda il sale colorato, spesso ritenuto più salutare del sale bianco. In realtà, tutti i tipi di sale sono costituiti principalmente da cloruro di sodio e le eventuali tracce di minerali presenti nei sali colorati sono troppo esigue per avere effetti significativi sulla salute. Considerando che il consumo di sale è già generalmente eccessivo, la scelta del tipo di sale ha un impatto minimo sulla quantità totale assunta.
4. Ananas e bromelina bruciano i grassi
Il quarto mito riguarda l’ananas e la bromelina, un enzima a cui vengono attribuite proprietà “brucia-grassi”. Sebbene la bromelina abbia effetti digestivi e potenziali proprietà antinfiammatorie, non vi sono prove che dimostrino che favorisca la perdita di grasso corporeo. Eventuali variazioni di peso sono più probabilmente dovute a cambiamenti dei liquidi corporei, non a una reale riduzione del tessuto adiposo.
5. Dieta senza glutine più salutare per tutti
Il quinto mito è quello secondo cui una dieta senza glutine sarebbe più salutare per tutti. In realtà, il glutine è dannoso solo per chi soffre di specifiche condizioni, come la celiachia. Per la popolazione generale, eliminare il glutine senza necessità non comporta benefici e può anzi ridurre l’apporto di fibre e micronutrienti, aumentando il consumo di prodotti più processati e meno equilibrati dal punto di vista nutrizionale.
6. Zucchero di canna più salutare dello zucchero bianco
Il sesto mito riguarda lo zucchero di canna, spesso percepito come più sano rispetto allo zucchero bianco. Dal punto di vista nutrizionale, però, le differenze sono minime: entrambi sono costituiti principalmente da saccarosio e forniscono quantità simili di calorie. Le tracce di minerali presenti nello zucchero di canna non sono sufficienti a produrre effetti benefici sulla salute.
7. Prodotti senza lattosio più salutari di quelli tradizionali
Infine, il settimo mito riguarda i prodotti senza lattosio, considerati da molti più salutari rispetto a quelli tradizionali. In realtà, questi prodotti sono utili solo per chi è intollerante al lattosio. Per chi non presenta questa condizione, non offrono vantaggi nutrizionali aggiuntivi e la loro scelta è spesso guidata da percezioni errate o da strategie di marketing.
Discussione
Il testo evidenzia che molti miti nutrizionali diffusi mancano di basi scientifiche e possono influenzare negativamente le scelte alimentari. Promuovere un’informazione corretta, basata su evidenze scientifiche, è fondamentale per migliorare la salute pubblica e contrastare la diffusione della disinformazione.
La disinformazione nutrizionale è un fenomeno complesso e diffuso, alimentato dall’interazione tra fattori psicologici, sociali, tecnologici ed economici. Questi elementi rendono spesso le informazioni errate più semplici, accessibili e persuasive rispetto a quelle scientifiche, favorendone la diffusione attraverso i media tradizionali, i social network e il passaparola. Anche le aziende alimentari talvolta contribuiscono al fenomeno, sfruttando mode dietetiche per promuovere prodotti, spesso privi di solide basi scientifiche.
Tra i principali fattori che favoriscono la disinformazione vi sono i meccanismi psicologici. Le persone tendono infatti a credere e condividere contenuti che confermano le proprie convinzioni (confirmation bias), mentre la ripetizione continua di un’informazione ne aumenta la percezione di veridicità (effetto verità illusoria). Inoltre, i contenuti che suscitano emozioni forti, come la paura o l’indignazione, si diffondono più facilmente rispetto a quelli basati su spiegazioni scientifiche complesse.
I social media amplificano ulteriormente il problema, grazie alla diffusione rapida dei contenuti e all’assenza di controlli scientifici. Gli algoritmi privilegiano i contenuti più coinvolgenti, creando ambienti chiusi (“echo chamber”) in cui gli utenti sono esposti soprattutto a idee simili alle proprie, rafforzando convinzioni già esistenti. Anche i media tradizionali contribuiscono alla disinformazione, semplificando eccessivamente gli studi scientifici, utilizzando titoli sensazionalistici e dando visibilità a risultati preliminari o non confermati.
Un ruolo centrale è svolto anche dagli interessi economici: le industrie alimentari e degli integratori utilizzano strategie di marketing basate su termini accattivanti come “detox”, “superfood” o “rinforzo immunitario”, spesso associati a promesse esagerate. La promozione tramite influencer e celebrità rende questi messaggi particolarmente efficaci, soprattutto tra i giovani.
A questi fattori si aggiungono elementi socioculturali, educativi e politici. La diffusione di mode alimentari (come “free-from” o “plant-based”) e l’idea semplificata che alcuni alimenti siano automaticamente più sani contribuiscono a creare confusione. Allo stesso tempo, una scarsa alfabetizzazione nutrizionale e scientifica rende difficile valutare l’affidabilità delle informazioni, mentre controlli deboli su marketing e pubblicità favoriscono la diffusione di messaggi fuorvianti. Nel complesso, la disinformazione nutrizionale rappresenta un vero e proprio ecosistema, in cui diversi fattori si influenzano reciprocamente.
Per contrastare questo fenomeno è necessario un approccio integrato. A livello clinico, i professionisti sanitari devono migliorare la comunicazione con i pazienti, utilizzando un linguaggio semplice e strumenti educativi accessibili. A livello educativo, è fondamentale promuovere l’alfabetizzazione nutrizionale e digitale attraverso le scuole, le comunità e piattaforme affidabili, sviluppando il pensiero critico fin dalla giovane età. A livello politico e istituzionale, sono necessarie campagne di salute pubblica, un accesso maggiore alle fonti ufficiali e una regolamentazione più rigorosa del marketing e delle dichiarazioni salutistiche.
Le evidenze mostrano che interventi mirati, come la formazione dei professionisti, i programmi educativi e le politiche pubbliche, possono migliorare la comprensione delle informazioni e ridurre l’impatto della disinformazione, soprattutto se adattati al contesto locale. Tuttavia, il fenomeno resta complesso e richiede strategie continue e aggiornate, in linea con l’evoluzione dei media digitali.
In conclusione, contrastare la disinformazione nutrizionale significa andare oltre la semplice correzione dei singoli miti: è necessario intervenire sulle cause strutturali che ne favoriscono la diffusione e promuovere una cultura alimentare basata su evidenze scientifiche, capace di guidare le persone verso scelte consapevoli e migliorare la salute pubblica.
Bibliografia
Capocasa M, Venier D, Venier B, Chiarla C. Exploring nutritional myths and fake news: Impact and counteractions. Clin Nutr ESPEN. 2026 Apr;72:102947. doi: 10.1016/j.clnesp.2026.102947. Epub 2026 Jan 24. PMID: 41587661.
