La compassione nella gestione dell’obesità: verso un paradigma più umano della cura
Daniele Di Pauli
“La compassione non è una relazione tra il guaritore e il ferito, ma una relazione tra uguali…” — ispirato agli insegnamenti di Pema Chödrön.
Per lungo tempo la gestione dell’obesità è stata valutata quasi esclusivamente attraverso un parametro: la perdita di peso. Ridurre una condizione complessa a un numero sulla bilancia o a una taglia da raggiungere significa però semplificare eccessivamente la realtà di una malattia cronica, multifattoriale e recidivante.
Gli approcci tradizionali si sono storicamente concentrati su restrizione calorica, esercizio fisico e autocontrollo, spesso implicando — in modo più o meno esplicito — che l’obesità dipenda principalmente dalla forza di volontà individuale. Tuttavia, questa enfasi sulla responsabilità personale non solo non ha arrestato l’aumento dei tassi di obesità, ma ha contribuito a generare senso di colpa, vergogna e demoralizzazione nelle persone che ne soffrono.
Negli ultimi anni sta emergendo una prospettiva più ampia: per promuovere cambiamenti sostenibili non basta intervenire sui comportamenti alimentari e sull’attività fisica, ma è necessario considerare anche i processi emotivi e relazionali che influenzano la salute.
Il peso dello stigma
Vergogna e colpa sono strettamente intrecciate allo stigma sociale legato al peso. Questo stigma può assumere diverse forme:
- stigma vissuto, quando la persona subisce discriminazioni dirette, come esclusione lavorativa o derisione;
- stigma interiorizzato, quando vengono fatti propri stereotipi negativi — ad esempio l’idea di essere pigri o privi di autocontrollo;
- stigma anticipato, che porta a evitare situazioni sociali per timore del giudizio.
Queste esperienze non hanno solo un impatto psicologico. Le ricerche mostrano che lo stigma cronico può attivare i sistemi fisiologici dello stress, tra cui l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con un aumento di cortisolo e di processi infiammatori, associati a peggioramenti della salute metabolica. In altre parole, lo stigma non è soltanto un problema sociale: è un fattore di rischio biologico.
La compassione come leva terapeutica
In questo contesto, la compassione emerge come una risorsa clinica di grande rilievo. Lo psicologo Paul Gilbert, fondatore della Compassion Focused Therapy, definisce la compassione come:
“La sensibilità verso la sofferenza propria e altrui, accompagnata dall’impegno motivato ad alleviarla e promuovere il benessere.”
Secondo Gilbert, la compassione comprende componenti fondamentali: sensibilità alla sofferenza e desiderio di alleviarla, empatia, tolleranza alla sofferenza, atteggiamento non giudicante e motivazione alla cura. Applicata alla gestione dell’obesità, questa prospettiva aiuta a spostare l’attenzione dalla colpevolizzazione alla comprensione dei bisogni psicologici e relazionali.
Un recente contributo del ricercatore e docente universitario canadese Jean Philippe Chaput, pubblicato sull’International Journal of Obesity, propone un cambio di paradigma: integrare amore e compassione — intesi come cura, connessione e gentilezza verso sé e verso gli altri — nei percorsi di trattamento dell’obesità. Secondo l’autore, questi fattori possono favorire una regolazione emotiva più efficace, ridurre la vergogna e sostenere cambiamenti dello stile di vita più duraturi.
Effetti psicologici e neurobiologici
Le pratiche basate sulla compassione mostrano benefici a più livelli. Dal punto di vista psicologico, contribuiscono a ridurre l’autocritica e la vergogna, a migliorare la regolazione emotiva e a rafforzare l’alleanza terapeutica.
Sul piano neurobiologico, la compassione attiva sistemi affiliativi legati all’ossitocina e alla modulazione parasimpatica, favorendo una riduzione della risposta allo stress. Poiché lo stress cronico è implicato nei meccanismi metabolici e nei comportamenti alimentari disfunzionali, questo effetto rappresenta un ponte tra la salute emotiva e quella fisiologica.
Inoltre, contrastare l’isolamento e il senso di non appartenenza — spesso conseguenze dello stigma — favorisce comportamenti di cura di sé più stabili.
Implicazioni cliniche
Integrare compassione e rispetto nel trattamento dell’obesità non significa sostituire interventi nutrizionali, farmacologici o comportamentali, ma collocarli in un contesto relazionale più efficace.
Tra le strategie applicabili:
- pratiche di mindfulness;
- esercizi di gentilezza amorevole;
- training di auto-compassione;
- costruzione di ambienti clinici accoglienti e non giudicanti.
Un setting terapeutico sicuro e rispettoso migliora l’aderenza al trattamento, rafforza la collaborazione e riduce l’impatto dello stigma.
Conclusione
Il paradigma tradizionale centrato sul controllo e forza di volontà si è dimostrato insufficiente per affrontare la complessità dell’obesità. Le evidenze attuali indicano che integrare compassione, consapevolezza dello stigma e relazione terapeutica migliora la motivazione intrinseca, il benessere psicologico e la salute fisica.
Quando le persone si sentono comprese e sostenute, aumenta la probabilità di adottare comportamenti salutari e di collaborare attivamente con i professionisti della salute. La compassione, quindi, non rappresenta un elemento accessorio, ma una componente essenziale della cura.
Scienza e umanità non sono dimensioni separate: insieme costituiscono la base di un trattamento dell’obesità, e non solo, realmente efficace e rispettoso della persona.
Articolo tratto e ispirato da: Chaput, JP. Love and compassion: key ingredients in the treatment of obesity. Int J Obes (2026). https://doi.org/10.1038/s41366-026-02031-4
Altre referenze:
https://bioengineer.org/love-and-compassion-crucial-in-obesity-treatment/
Brenton-Peters, J. M., Vallis, M., Grant, S., Consedine, N. S., Kirk, S. F. L., Roy, R., et al. (2023). Rethinking weight: Finding self-compassion for ‘weight management’. Clinical Obesity, 13, e12562. https://doi.org/10.1111/cob.12562
Gilbert P. The compassionate mind: A new approach to life’s challenges. London: Constable & Robinson; 2009.
Di Pauli D. Obesità e Stigma. Positive Press.; 2004.
