Conoscere lo stigma sul peso per curare l’obesità
Dr. Daniele Di Pauli
Lo stigma sul peso, inteso come svalutazione sociale della persona a causa del suo peso corporeo, è talmente diffuso che neanche il sistema sanitario ne è immune. In ambito clinico, questo stigma si fonda spesso su una visione riduzionista e semplicistica dell’obesità: L’indice di massa corporea (IMC) viene usato come indicatore quasi esclusivo di salute e la condizione di peso corporeo viene attribuita principalmente a scelte personali, scarsa motivazione o mancanza di autocontrollo. Questa narrazione semplifica e moralizza una condizione complessa, generando danni nella cura sia fornita sia ricevuta.
Una revisione narrativa della letteratura (2013–2023), basata su 18 studi condotti tra studenti, professionisti sanitari e pazienti, mostra che lo stigma sul peso è diffuso e stabile, già presente durante la formazione. Studenti e professionisti sanitari tendono a preferire pazienti normopeso e il peso elevato viene frequentemente associato a scarsa aderenza, bassa motivazione e responsabilità individuale, anche in assenza di evidenze cliniche.
Nel personale sanitario lo stigma si manifesta con comunicazione meno empatica, minor coinvolgimento del paziente nelle decisioni e tendenza ad attribuire i sintomi al peso trascurando altre possibili cause. Nei pazienti, invece, provoca aumento dello stress e del carico allostatico, peggioramento della salute mentale, evitamento delle cure, degli screening e della prevenzione e, rischio di aumento ponderale. Nonostante sia diffusa l’idea che il pregiudizio o la pressione possano favorire il cambiamento comportamentale, i dati dimostrano il contrario: lo stigma attiva circuiti di minaccia, vergogna e difesa, favorendo disregolazione emotiva, comportamenti alimentari disfunzionali, riduzione dell’alleanza terapeutica ed evitamento delle cure. In conclusione, lo stigma sul peso non è solo inefficace, è iatrogeno.
La cultura medica contribuisce a normalizzare lo stigma quando il BMI è l’unico criterio clinico, il linguaggio è implicitamente colpevolizzante e si ignora la complessità biopsicosociale dell’obesità. Ridurre lo stigma non significa abbassare gli standard di cura o negare le conseguenze del peso in eccesso, ma migliorarli. Le strategie principali includono formazione strutturata sullo stigma nei curricula sanitari, linguaggio centrato sulla persona, valutazione olistica della salute e relazioni terapeutiche basate su rispetto, equità e compassione. Non si tratta di essere “gentili” o “buonisti”, ma di essere clinicamente efficaci e consapevoli della complessità dell’obesità e della sofferenza sociale che possono vivere le persone che ne sono affette.
Lo stigma del peso è un determinante di salute negativo, appreso durante la formazione e rinforzato nella pratica clinica. Ridurlo non è opzionale né ideologico: è un atto clinico, etico e preventivo, fondato su un principio fondamentale della cura: il rispetto. Come ricorda Maya Angelou, “le persone possono dimenticare quanto hai detto o fatto, ma non come le hai fatte sentire.”
Fonte: D’Arpino, E., & Kardong‑Edgren, S. (2025). From education to patient care: the impact of weight stigma in healthcare. Proceedings (Baylor University Medical Center), 38(5), 769–778. https://doi.org/10.1080/08998280.2025.2528397
